INTERVISTA A GIULIANO SANGIORGI DEI NEGRAMARO: 'UNA STORIA SEMPLICE' IN TOURGiuliano Sangiorgi, 33 anni, parla del disco che con la sua band stà portando in questo momento in tour: Parliamo ovviamente dei Negramaro con 'Una Storia Semplice':

Giuliano “Una storia semplice” è già primo in classifica...

«Sono giorni di belle notizie: prima quella del ritorno a San Siro e della prima volta all’Olimpico e poi svegliarsi la mattina dopo scoprendo di essere primi. Sono soddisfazioni, non i numeri, ma la conferma dell’affetto grande che si rinnova e sorprende sempre».

Il titolo del disco rievoca il sodalizio del gruppo, ma anche il rapporto semplice ma miracoloso con il vostro pubblico.

«La storia semplice è certamente la storia di tutto quello che ci è successo, vedere come semplicemente è nato tutto questo tra la gente. È vero che ha del miracoloso, c’è stata una qualche magia incredibile e per noi è ancora come una favola alla quale però ad un certo punto devi iniziare a credere. Da un lato sembra impossibile che ad un gruppo di ragazzi del Salento possa andare così, ma dall’altro lato è successo davvero, al di là delle previsioni, non con un progetto studiato a tavolino. Noi partiamo dalle cantine del Salento e qui stiamo ritornando adesso per fare uno studio di registrazione. Veniamo da una realtà nella quale non è contemplato sognare, eppure più siamo stati reali e più abbiamo incontrato il sogno. Per me tutto questo dimostra che bisogna restituire più rispetto al pubblico che alla fine decide davvero. Nessuno di noi era biondo con gli occhi azzurri, né siamo mai stati una boy band con qualche appeal preconfezionato. L’unico motivo di tanto amore è stata la musica. Basta vedere il primo grande passaggio a Sanremo: cacciati in malo modo, ma il giorno dopo la gente aveva deciso. È inspiegabile, ma è vero. Il rapporto è semplice: Negramaro - musica - pubblico, senza infrastrutture in mezzo».

Arriva il Premio Medimex: ma se potessi scegliere tu qualcosa che vi venisse riconosciuto che cosa vorresti?

«Spero che ci riconoscano sempre che abbiamo fatto bene, senza compromessi, ma soprattutto con coerenza. Un premio alla coerenza e alla sostanza ai Negramaro ci sta tutto. Andiamo pochissimo in televisione, diciamo maree di no perché scegliamo solo spazi adeguati in cui c’è la possibilità di fare musica, ma anche di esprimersi. Ci interessa solo suonare il più possibile, fare sempre bene e i premi credo ci riconoscano questo».

Quanto la musica può fare in un momento storico come questo?

“L’arte fa sempre tanto, è la culla delle civiltà. Finché i politici, qualcuno l’ha fatto, non capiranno che gli artisti non si chiamano solo per le campagne elettorali, ma che si debba gestire l’arte come una vera culla come si faceva nell’antica Grecia, continueranno a pensare alla cultura solo come intrattenimento da ascensore, da sala d’attesa. Invece nelle agorà della Grecia classica l’arte era ritenuta fondamentale per il popolo ellenico, per la ricostruzione dell’individuo e della comunità stessa, non intrattenimento fine a se stesso. Dovremmo riconsiderare l’arte come qualcosa che riempie l’anima e crea un popolo migliore. E ci vuole per questo la purezza nella linfa vitale dell’arte. Per me la cultura se non risolverà la crisi, può creare certamente le categorie mentali per superarla».

Restiamo sull’oggi. Siete sei uomini che cantano di amore puro: vogliamo prendere posizione contro il femminicidio?

«La violenza sulle donne è assurda come quella sull’umanità intera, è sempre inconcepibile. Quella sulle donne è perpetrata sull’essere “più umano” dell’universo, è quindi ancor meno comprensibile. Non trovo le parole, mi sembra impossibile che si possa alzare un dito su una donna, ma anche su un bambino, su un uomo, su un qualunque essere umano. Parlarne mi risveglia in un mondo che non riconosco, dove si elogia la parte più recondita e negativa degli uomini. È un brutto momento quello in cui si deve ricordare alla gente che la violenza è una cosa negativa. Uomo e violenza è un ossimoro inconcepibile e parlare di questo ancora ai nostri giorni mi dà i brividi».

Torniamo alla tua creatività che ha generato pure un libro. È così incontenibile che è “straripata” dalla musica alla letteratura?

«Non uso per me la parola creatività perché mi sentirei presuntuoso. Scrivere è la mia quotidianità e nasce dalla necessità di conoscermi, mi aiuta a guardare il mondo e ad autoanalizzarmi. È per me necessario fare queste cose; poi che “Lo spacciatore di carne” o una canzone diventino momenti di condivisione di pensieri è straordinario. Il mio libro è in fondo una provocazione per poter parlare anche dell’economia mondiale in termini di baratto, vedere quanto siamo scesi in basso, con questa crisi che è diventata soggetto mentre noi siamo l’oggetto. È incredibile...».

Una domanda per la Puglia che vuole sapere: se la Notte della Taranta chiama, Giuliano che cosa risponde?

 

«Sono onorato che sia anche successo, ma sono così onorato che per ora dico no, perché bisogna essere davvero pronti per sostenere un evento come la Notte della Taranta. Per me non è un evento del Sud che va nel mondo, ma un evento del mondo che guarda al Sud come punto di riferimento. La pizzica è come il blues dei neri, il rap della prima ora, la musica orientale delle origini che nasce da un malessere sociale e diventa curativa dell’anima. Ritorna sempre il concetto dell’arte come cura, la pizzica è una cura. Per avvicinarsi a questi pianeti “religiosi” bisogna essere pronti, meritano grande rispetto. Quando sarò pronto sarà mio intento mostrare tutta la bellezza che c’è in questa musica, mostrare che, come per il blues, è una società e una storia di un popolo che si fa musica. Chi verrà dovrà rendere onore alla taranta e cantare con onore in lingua originale “Lu rusciu te lu mare”».

Tornando a creatività ed emozioni, chi ti emoziona?

«In questi giorni ho riscoperto la scrittura di Michela Murgia. Ma mi emoziono quando vedo arte o scrittura senza vestiti o codici; odio i generi, sono prigioni entro cui mettere le cose. Come quelli che etichettano le cose in casa e le conservano: io ho tutto scompigliato, mischiato, non me ne fregherebbe niente di dividere la musica dai libri, perché credo nella sostanza, la forma non mi interessa. Mi piace l’arte più viscerale, non credo ad una scuola per l’arte, ma ad un’arte tutt’uno con la carne dell’artista. L’artista è la pelle che indossa, la vita che vive e l’arte che vive. Le cose fatte a tavolino, dove vedi distanza tra artista e uomo, senza corrispondenza di amorosi sensi, mi fanno schifo».

Written by Alessia Cipriano modificated by Manager_Igor Scarabel

   


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