foto del cantautore italiano Lorenzo jovanottiLorenzo Jovanotti in questo momenti si trova a New York; si è trasferito a Manhattan e proprio questo sabato ha avuto un incontro importantissimo con gli americani sul palc del ...

... Terminal 5:«Concerto pazzesco, uno dei più belli della mia vita. Ho capito tutto, mi sono portato via qualcosa di prezioso da quel posto».

Prima in un sms e poi su facebook, il cantante esprime la gioia per il grande trionfo e rilascia una lunga intervista sulle sue emzioni della serata.

Di seguito riportiamo l'intervista che il cantautore italiano Lorenzo Jovanotti ha rilasciato al New York Times:

È stato alla Cnn, l’ha intervistato il New York Times: come è andata?

«Esiste un’Italia molto vendibile, che è essenzialmente cibo buono, bel vivere, vestiti eleganti. È un’Italia che ho nel Dna, come tutti noi, ma che qui, quando mi guardano, non vedono. Li disoriento. E mi chiamano Iovanotti, con la I: devo spiegare che mi ero ribattezzato Jovanotti, anzi, Joe Vanotti, per suonare più americano. Una bella beffa, dopo 25 anni. Così mi presento come Mister Nobody, il signor Nessuno».

Umiltà?

«No, no, è l’Odissea. Sono quel che sono, sono Ulisse al cospetto di Polifemo. Sono uno che alla fine tornerà a casa, anche se ci dovesse mettere una vita, e che sa bene che quello è il bello, viaggiare. Dopo 25 anni, appunto, sento di aver scritto la mia Iliade, ora ci vuole un’Odissea. Lo dico anche per spiegare che cosa sono venuto a fare qui in America, dove rimarrò per diversi mesi: non sono in fuga, sto cercando canzoni nuove. In questo momento sto lavorando a due progetti: quello americano e quello italiano, un’antologia di venticinque anni di canzoni che uscirà a fine novembre, e che per me non rappresenta una fine o un compimento, ma semmai una lunga preparazione al salto che sto per compiere».

Che musica presenta agli americani?

«Come un Medicine Man ai tempi del Far West pianto la mia tenda e presento le mie pozioni per avere amore, successo e combattere il mal di schiena. Ecco, questa è la mia mercanzia. Con tre musicisti italiani e tre americani arrivo nei locali e mi affido ai tecnici che vi trovo, mi affido al caso, al rock and roll. Loro sei fanno musica funambolica e io il cerimoniere, cercando di tenere insieme tutte le mie anime. In Italia se faccio “A te” e poi “Tanto tanto tanto” c’è una complicità con il pubblico che rende tutto facile, qui sembrano i pezzi scritti da due musicisti di due pianeti diversi. In un Paese che ha bisogno di scaffali, non riescono a collocarmi. Però c’è la sensazione che ci sia spazio per tutti, e che cosa accadrà dipenda solo da me. Ed è una sfida avvincente».

 

Prima di andare in scena ecco cosa aveva detto:

«Nei giorni in cui si festeggia l’arrivo di Cristoforo Colombo, mi è capitato di pensare al navigatore che approda sul continente nuovo. Che fa? Semplicemente, si guarda intorno. Ed è quello che sto facendo io da un po’ di tempo in qua. Sto girando l’America vera, suono in posti come Denver, Minneapolis, Austin, Orlando e mi sento come Gulliver nel capitolo in cui finisce nel Paese dei giganti. Solo che qui il gigante è il Paese stesso, l’America. Ci stiamo guardando negli occhi: non sono sicuro che il gigante si sia accorto di me, ma io certamente mi sono accorto di lui, lo studio da una vita intera».

Written by Alessia Cipriano modificated by Manager_Igor Scarabel

   


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