FURY: IL NUOVO FILM DI DAVID AYER S'IMPONE NEL CIRCOLO DEI CLASSICI WAR MOVIESCostato 80 milioni di dollari, il film è uscito in America accaparrandosi la cima del box-office e dividendo pubblico e critica. Il sergente americano Don Collier (Brad Pitt), a capo di uno sparuto manipolo di soldati, ha il compito di unirsi ad una colonna di carri armati in terra nemica. Inferiori di numero e ormai stremati, il duro sergente e i suoi commilitoni affronteranno le tremende difficoltà della guerra per mettere in ginocchio la Germania nazista. Mescolando war e western, Ayer ci mostra tutta la crudeltà, l'orrore e la follia della guerra con un film "brutto e cattivo", come non se ne vedevano da un po' di tempo. 

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"Fury"  

E' questo il nome del carro armato Sherman utilizzato dai protagonisti del film di David Ayer: un nome che racchiude con una sola semplice parola ciò viene mostrato in questa pellicola, la furia.

Paradossale come la "furia" diventi il rifugio per i soldati, l'unico luogo in cui i boati delle esplosioni e le urla degli uomini trucidati dai proiettili li raggiungono più lievi, quasi in sordina, come se non potessero investire davvero questi ragazzi. 

Si, perché per lo più si tratta di giovani, come Norman (Logan Lerman), il quale giunge al campo con il candore e l'ingenuità ma soprattutto lo stomaco di chi non ha mai visto nemmeno un ginocchio sbucciato, e che viene catapultato in maniera improvvisa nella realtà: il sergente Collier (Brad Pitt) non è un uomo abituato alle lagne e ai piagnistei, è un uomo rude ma al tempo stesso si prende cura dei suoi uomini e tiene a loro come se fossero il suo unico punto ferma in tutta la follia circostante.

Da tempo non si vedeva messo in scena in maniera così ruvida il legame tra commilitoni, fatto di frecciatine, insulti, alcool, tabacco ma anche senso di fratellanza e solitudine al tempo stesso: un po' di ridondante antieroismo forse, ma che in fondo ci si aspettava da un film come Fury. 

Norman Ellison e Don Collier, indubbiamente i protagonisti, mostrano una sorta di rapporto padre-figlio per quanto una realtà come la guerra possa permetterlo: la moralità ferrea e un po' fanciullesca di Norman viene sostituita grazie al "battesimo del fuoco" impostogli da Don, da una consapevolezza più matura del mondo.

Apprezzabile anche se un po' tirata per le lunghe, la scena di tranquillità "casalinga" che vede protagonisti il sergente e la recluta Norman: entrambi tentano di lasciarsi anche solo per un momento alle spalle l'orrore circostante, ma gli unici che possono davvero riuscirci sono Norman e la giovane fanciulla tedesca, perchè nonostante tutto "giovani e vivi".

La grettezza della guerra fa comunque presto capolino sotto forma del resto del gruppo, che appare ad interrompere la parentesi familiare bruscamente, come a far capire quanto fosse tutto solo una breve illusione di normalità.

La tensione però comincia a salire, ed insieme ad essa a mio avviso anche "l'americanaggine" della pellicola: dopo un'emozionante scontro a fuoco, il Fury si ritrova da solo e senza aiuti ad un bivio di un sentiero, con a poca distanza un grosso manipolo di nazisti.

All'orizzonte s'innalza sempre più chiaro il destino di Collier e compagni; "the best job i've ever had" si ripetono tra loro, convincendosi, ridendo e bevendo per l'ultima volta, che la cosa migliore è farla finita lì, insieme. Tutti sono sia vittime che carnefici, nessun eroe questa volta.

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